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Sulle tracce di Simon Bolivar

Un giovane cieco venezuelano racconta la sua decisione di lottare per i diritti dei disabili. Una scelta resa possibile dalla fase di rinnovamento del suo paese
di Francesca Capelli - francesca.capelli@ragazzinet.it

La vita di un disabile è sempre complicata. A maggior ragione in un paese del Sud del mondo, dove non ci sono leggi contro le discriminazioni e le strutture sono carenti.
Emilio J. Colina (nelle foto, con alcuni amici) è cieco dalla nascita. Vive a Coro, nel Venezuela, e da quando Hugo Chavez è diventato presidente della repubblica, ha deciso di uscire allo scoperto e fare attività politica a favore dei disabili (ha fondato l’associazione “Pasos Circulares”, che significa “passi in cerchio”).

Non perché prima non fosse interessato a lottare per i suoi diritti e quelli di altre persone come lui, ma perché solo ora ci sono le condizioni politiche e legislative per poterlo fare. “Non sono il leader della disabilità”, spiega, “ma mi sento il suo ambasciatore”. Abbiamo conosciuto Emilio a Caracas, durante il Social Forum Mondiale del 2006 (www.forumsocialmundial.org.br, in basso).

Perché hai deciso di entrare in politica?

Per pagare il mio debito con Simon Bolivar, l’eroe dell’indipendenza latinoamericana.

E poi, perché a noi disabili vengano restituiti i diritti che finora ci sono stati negati. Diritti e non “regali”, questo è quanto vogliamo.

E finora non è stato così?

Ho molta fiducia nella nuova costituzione venezuelana, che si basa tutta sul diritto e sulla responsabilità dei cittadini. Credo sia stato il primo passo per cambiare il paternalismo con cui finora noi disabili siamo stati trattati.

E qualcosa sta cambiando?
Il Venezuela sta vivendo un processo di transizione, che coinvolge anche la cultura dell’handicap.

Che cosa dovrebbero fare i disabili per cambiare le cose partendo dal loro ambiente?

Per prima cosa accettarsi, superare il proprio “mostro interiore”. E poi rifiutare l’eccesso di protezione da parte della famiglia. Per scappare al “mostro sociale”, alla società che ti vorrebbe ai margini, dipendente dagli altri.

Rifiuto la cultura imperialista, secondo la quale un cieco o un sordo non serve a produrre. Non voglio sentirmi, per il fatto che sono disabile, né migliore né peggiore del resto della società.

La tua esperienza a scuola?

Pessima, purtroppo. Ci insegnano un mestiere, ma poi nessuno ci aiuta a organizzarci in cooperative.

Io avrei voluto iscrivermi a una scuola musicale, ma non ho potuto perché non c’era personale per assistermi. Critico anche un certo uso esibizionista che la scuola ha fatto dei ragazzi disabili. Per esempio, si insegna a un ragazzo autistico a recitare a memoria un discorso. Mentre avrebbe molto più valore che questo ragazzo realizzasse un obiettivo più modesto, ma con le sue forze

Hai un sogno?

Riuscire a guidare un’automobile con un robot e un navigatore.

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