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Nome e cognome: Max Pezzali

Una carriera iniziata con la sigla “883” e coronata da oltre 6 milioni di copie vendute dei suoi 10 album, a cui va ad aggiungersi il nuovissimo “Time out”
Di Claudio Facchetti - claudio.facchetti@ragazzinet.it
Una carriera divisa in due, quella di Max Pezzali. La prima parte, iniziata nel 1992, è vissuta sotto la sigla “883”; la seconda, dal 2001, è firmata con il suo nome e cognome. Denominatore comune il successo costante, sancita da cifre da capogiro per l'Italia: oltre 6 milioni di copie vendute dei suoi dieci album, a cui va ora ad aggiungersi l’undicesimo, “Time out” (pausa).
Un fenomeno da classifica dovuto alla capacità di centrare la melodia pop giusta e di descrivere, soprattutto nella “fase 883”, la realtà della provincia: amicizie, bar sport, ragazze da abbordare. Scenari che cambiano a poco a poco, da quando Max incide con nome e cognome, affrontando tematiche più personali. Non cambia, invece, il suo successo, come ha confermato anche “Time out”.

"Time out" segna una svolta, con un'identità musicale molto precisa. Come mai?
Ho seguito semplicemente l’istinto e, in effetti, è nato un disco con una linea sonora precisa, cosa che non era mai accaduta prima. In passato, ho sempre cercato di vestire ogni canzone con la stoffa giusta, secondo quello che volevo dire, e ho fatto ampio uso dell’elettronica. Per questo, c’era varietà negli arrangiamenti. Con “Time out”, al contrario, ho privilegiato le sonorità elettro-acustiche, che si sono spalmate in ogni pezzo, donandogli coesione. Tante chitarre, insomma, e marchingegni elettronici sullo sfondo.

C'è di più. Una tematica comune nei testi: la rivalutazione delle cose semplici. Come mai?
La vita ha preso una piega folle: sembra non ci lasci nemmeno più il tempo per respirare. Così perdiamo gesti e sentimenti semplici che abbiamo davanti agli occhi tutti i giorni, ma che non vediamo più. È ora di fare una pausa, come dice il titolo, “Time out”, e riscoprirli. Solo così potremo tornare a gustarci l’esistenza.

In molti pezzi, emerge anche l’importanza di vivere pienamente il presente. Perché?

Il tema è nato da una considerazione: in molte mie canzoni ho spesso mitizzato un po’ il passato, i ricordi. Niente di male, intendiamoci: ognuno di noi è la somma delle esperienze vissute negli anni. Per sapere chi sei, devi conoscere da dove arrivi, cosa hai fatto prima.
Il presente, però, è fondamentale per vivere ciò che ti offre la vita oggi: il passato non l’hai più, il futuro deve ancora arrivare e lo puoi solo preparare se fai le cose per bene ora. Il primo mattone per il domani, insomma, è quello che metti adesso, nel presente. Ecco perché è importante.

Un brano significativo è “La strada”, presa di posizione forte sulle cosiddette stragi del sabato sera. Cosa ti ha spinto a scriverlo?
Ho notato che oggi parecchi ragazzi sembrano non temere nulla, e non a causa della tipica incoscienza dovuta all’età. In realtà, si sono abituati a vivere in un mondo quasi virtuale, “disegnato” dai videogame e Internet, dove non ci sono regole e si rifugge dalle responsabilità.
Nella vita vera non è così. Credi che gli altri siano stupidi e che l’unico furbo sei tu. Magari pensi di essere il più bravo a guidare, e quando ti accorgi che non è così, è troppo tardi. Invece, si deve avere l’umiltà di riconoscere i propri limiti e, soprattutto, rispettare ciò che ci sta intorno. Una regola che vale quando sei su un nastro d’asfalto come in mezzo alla natura o in qualsiasi altra situazione.

Le tue canzoni, come quelle di altri, oggi si scaricano da internet o diventano suonerie. Non perdono, così, di significato, diventando solo un prodotto?
Senza dubbio, nel giro di pochi anni, sono cambiati tantissimo i mezzi di comunicazione e gli oggetti che abbiamo intorno.

Credo che il bisogno di musica delle persone non sia diminuito, ma si sia solo frammentato in tanti pezzi. Ecco, forse la difficoltà di un artista sta nel non sapere più bene in quale modo far arrivare il suo brano. Ma finché ci saranno emozioni ci sarà sempre qualcuno che le trasformerà in una canzone.

Il messaggio di un brano, quindi, riesce comunque ad arrivare agli ascoltatori?
Penso di sì, anche se lo scenario è cambiato con gli sviluppi della tecnologia. C’è stato un terremoto, la città è caduta a pezzi ma non abbiamo ancora visto cosa sta nascendo di nuovo sulle sue macerie. Ai musicisti non resta che fare del proprio meglio, sperando che la passione venga premiata.

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